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Prepariamoci all'Anno della Fede
"Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore" (1Gv 4,7-8). Queste dense espressioni della prima lettera di Giovanni indicano con chiarezza come per il cristiano credere in Dio non significa semplicemente ‘pensare' che Dio esista, ma molto più: confessare (proclamare) con le labbra e con il cuore che Dio è amore.
Una prima conseguenza porta a riconoscere che Dio non può essere solitudine: per amare bisogna essere almeno in due. La Scrittura parla del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Il Padre è l'Amante; il Figlio l'Amato; lo Spirito Santo l'Amore scambiato, ricevuto e donato.Allora credere in Dio amore significa credere che Dio è Uno in Tre Persone, in una comunione perfetta, intessuta di relazioni reali di reciproco scambio di incontro e di amore.In rapporto alla nostra vita e alle nostre storie personali, credere in Dio Amore significa avere la certezza che nessun uomo davanti a Lui è semplicemente un numero, ma un essere unico e irripetibile.
Ma concretamente cosa significa affermare che Dio è Amore? Proseguiamo il brano della 1Gv: "In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo perché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati" (1Gv 4,9-10). Siamo così rimandati ai piedi della croce dove l'amore di Dio si spinge fino al limite massimo, ben lontani dall'immagine, purtroppo ancora molto diffusa, di un Dio inaccessibile, solitario, giudice e giustiziere implacabile. Il vero volto di Dio è il volto della vergogna,dell'insuccesso, dell'umiltà, della sofferenza, dell'assurdo. E' chiaramente un'immagine capovolta rispetto tutte le concezioni di Dio che certa storia e certa cultura ci hanno consegnato. Il Padre: l'AmanteIn quanto Amore, Dio è anzitutto il Padre di Gesù, che l'ha consegnato alla morte per noi: "non ha risparmiato suo Figlio" (Rm 8,32).Dio non può non amare. Cosa potrebbe fare d'altro? C' è una bella espressione di Lutero: "Dio non ci ama perché siamo buoni e belli; Dio ci rende buoni e belli perché ci ama". Dio non si stancherà mai di amarci, perché non ci ama per i nostri meriti, ma perché da sempre ha iniziato ad amare e per sempre continuerà ad amare.
La conseguenza dell'essere amati produce amore.Amandoci, Egli ci rende capaci di amare. Amati possiamo anche noi cominciare ad amare. Il Padre si presenta come l'eterno Amante, che da sempre ha iniziato ad amare e che suscita noi la storia dell'amore, comunicandoci la Sua gratuità.
Insiema n°21/2012
Prepariamoci all'Anno della Fede
"Io credo in un solo Dio". Inizia così la professione di fede di Nicea-Costantinopoli, evidenziando l'unicità di Dio.
Già nell'Antico Testamento essa è chiaramente attestata: "Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno solo" (Dt 6,4)."Volgetevi a me e sarete salvi, paesi tutti della terra, perché io sono Dio; non ce n'è altri" (Is 45,22).
L'anagrafe di Dio
"Mosè disse a Dio: <<Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?>>. Dio disse a Mosè: <<Io sono colui che sono!>>. Poi disse: <<Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi>>. Dio aggiunse a Mosè: <<Dirai agli Israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione" (Es 3,13-15).
Questo nome che Dio dice di se stesso è assai misterioso: dice ma allo stesso tempo non dice. "Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio di Israele, salvatore" (Is 45,15).
Dio non vuole giocare a nascondino con l'uomo, ma la sua identità è così al di sopra di qualunque categoria comprensibile all'uomo che non può dire altro, l'uomo non capirebbe.
Tuttavia le espressioni usate nel dialogo con Mosè sono di per sé molto significative e ricche: io sono colui che sono equivale ad affermare: io esisto, io vivo, io sono il vivente. Tutta la storia dell'Antica Alleanza è impregnata di questa esistenza-presenza di Dio in mezzo al suo popolo.
Rivelando il suo nome, Dio rivela al tempo stesso la sua fedeltà che è da sempre, valida per il passato ("Io sono il Dio dei tuoi padri" - Es 3,6); come per il futuro ("Io sarò con te" - Es 3,12).La promessa della prossimità di Dio con l'umanità ha il suo vertice con l'incarnazione, dove si da' all'umanità attraverso il suo Figlio, il quale rivelerà che anch'egli porta il nome divino: "Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che Io-Sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo" (Gv 8,28)
Nel nostro linguaggio l'espressione io sono è incompleta: io sono bravo, io sono intelligente, io sono obeso, ecc. Invece come nel caso di Dio la cosa può funzionare, nel senso che, lasciando la frase incompleta, possiamo e dobbiamo immaginare l'attributo positivo più grandioso che possa esistere: ma poiché nessun linguaggio umano lo conosce, non è lecito cercare di inventarlo, per non impoverire la realtà di Dio.
Tuttavia il Dio di cui parliamo si è rivelato più che con la carta d'identità, con il suo essere presente e operante nella storia degli uomini a partire dal popolo d'Israele.
Insiema n°20/2012
Lo stemma del nuovo Arcivescovo
Lo stemma di monsignor Arrigo Miglio è stato preparato da un sacerdote eporediese, vent'anni fa, il canonico Eligio Aimone, già segretario del vescovo di Vigevano, monsignor Luigi Barbero, che aveva preparato negli anni diversi stemmi per nuovi vescovi.
Al centro si trova la Bibbia, oggetto di studio e di insegnamento da parte del presule, ma soprattutto il grande libro per la comunità cristiana. La Bibbia ècome avvolta dal tema dell'Alleanza: al disopra l'arcobaleno, segno della prima alleanza di Dio con l'umanità dopo il diluvio; al di sotto i frutti della terra promessa, segno della fedeltà di Dio cheha guidato il suo popolo alla terrapromessa; nei due comparti superiori sitrovano la stella, che indica Maria(«respice stellam, voca Mariam», cfr. sanBernardo), e san Giorgio, patrono dellaparrocchia di origine e degli Scout,avendo monsignor Miglio esercitato per vari anni il ministero di assistente scout nell'Agesci, a livello locale e a livello nazionale.
Come motto episcopale l'arcivescovo hauna frase tratta dal Vangelo di Giovanni:«Gaudium vestrum impleatur» («La vostragioia sia piena», Gv 15,11). Sono parole che Gesù disse ai discepoli nel Cenacolo prima della sua passione, per aiutarli a capire che i suoi comandamenti nonsono mai un peso ma la via per giungere alla pienezza della gioia. Unaverità, quella indicata dall'evangelista,molto profonda: seguire la Parola del Signore significa camminare sulla strada che porta alla pienezza della gioia,anche se inevitabilmente attraversa imomenti della Croce. Prendere altre strade, illudersi di trovare scorciatoie, porta alla delusione, al vuoto, allo scetticismo, come dimostra la quotidiana esperienza sofferta di tante persone.
Ecco allora l'invito - come quello presente nel motto episcopale di monsignor Arrigo Miglio - a un impegno urgente per i laici cattolici che operano nell'ambito socio politico, ma più in generale per tuttic oloro che hanno a cuore la cultura e la vita della società: far emergere, documentare, illustrare le ragioni di bene comune che stanno alla base delle indicazioni fondamentali della dottrina sociale della Chiesa.
Insieme19/2012
LETTERA PASTORALE DI MONS. GIUSEPPE MANI
a conclusione del servizio pastorale a Cagliari
Carissimi Cagliaritani,questi anni sono passati velocemente anche se mi sembra così lontano quel giugno del 2003 quando il beato Giovanni Paolo Il mi disse personalmente "Ti mando in Sardegna, una bellissima Isola e Cagliari è la Capitale".
Conoscevo la Sardegna geograficamente avendola visitata come Ordinario Militare ma a Cagliari non conoscevo nessuno.Venni volentieri, avevo sessantasette anni e arrivare in un luogo totalmente nuovo mi fece sentire giovane e suscitò in me uno straordinario entusiasmo.
Rimasi subito colpito dalla fede della gente.È l'impressione che mi porto sempre dentro: la fede dei poveri, dei semplici. Più mi sono inoltrato nel vissuto della Diocesi e più mi ha stupito quella fede.
Giunto a settantacinque anni, come ha stabilito la Chiesa, ho rimesso il mandato nelle mani di Colui che me lo aveva affidato; così mi accingo a lasciare fisicamente questa diocesi anche se restando vescovo emerito sarò sempre presente con la preghiera e con l'affetto.
Ringrazio il Signore per la fiducia che mi ha accordato e tutti i fratelli che hanno percorso con me questo tratto di strada.Insieme a voi, carissimi Cagliaritani, vorrei ripercorrere brevemente questi nove anni trascorsi per ringraziare il Signore per quanto ci ha concesso di fare.
Quando venni non ero più giovane ma ancora in piene forze e con una notevole esperienza di uomini e di cose. Sapevo che la mia permanenza a Cagliari non sarebbe stata lunga per cui non c'era tempo da perdere. Anzi compresi subito che il mio compito fondamentale sarebbe stato quello di preparare il futuro.
Lavorare per gli altri, non per me stesso.Seminare, non raccogliere, coltivare, non mietere.Così pensando, cominciai subito.
Quella sera del sei settembre, quando mi accoglieste in Piazza Palazzo vi dissi chiaro e tondo "diciamoci tutto e subito" e voi mi rispondeste con un bell'applauso. Vi dissi che sarei stato soprattutto testimone del Cristo Risorto e vi partecipai le mie prime tre preoccupazioni: le famiglie, i giovani e le vocazioni.Pur non conoscendo la Diocesi di Cagliari sapevo che questi erano i tre campi in cui la Chiesa avrebbe dovuto lavorare.
E ci mettemmo al lavoro.
Alla luce del Concilio Vaticano Il il primo aspetto a cui guardai fu la liturgia. Pensai che la Chiesa del Vescovo doveva essere d'esempio a tutte le chiese della Diocesi.
La Cattedrale non era, dopo quarant'anni dal Concilio, adeguata alla riforma liturgica. Ne parlai col carissimo don Leone e mi disse che era tutto fatto. Mi fece salire in presbiterio, sollevò le tovaglie dell'Altare Maggiore e vidi che sotto le sovrastrutture aggiunte nei secoli c'era il bellissimo altare pisano che pareva chiedesse di essere liberato e ristabilito al centro in piena visibilità. Detto e fatto. Facemmo il progetto, lo giustificammo storicamente, la Soprintendenza lo approvò e fu adeguato il presbiterio alla riforma liturgica conciliare. Questo adeguamento mi riservò anche la prima esperienza del contatto con la pubblica opinione.
Alcuni sedicenti esperti di arte e di liturgia mostrarono disappunto e contrarietà sull'operazione che si concluse con la piena soddisfazione di tutti coloro che amano la Chiesa, la frequentano e la vogliono vedere funzionale e bella.Insieme all'altare fu preparato un luogo adeguato per la conservazione del Santissimo Sacramento. Utilizzammo quanto di più prezioso la Cattedrale possedeva: è risultato un luogo degno del Signore, in cui tutto invita alla preghiera.Anche la Cappella del Seminario Arcivescovile è stata oggetto di un accurato studio di adeguamento liturgico attraverso l'utilizzo di pezzi marmorei di grande valore dell'altare preesistente.
Da diversi anni era stata restaurata la chiesa più antica di Cagliari, la basilica paleocristiana di San Saturnino, ma non restituita al culto. Era utilizzata e resa fruibile per concerti e mostre, ma non c'era nè l'Altare nè il Crocifisso. Rivendicai immediatamente il diritto all'uso della chiesa suscitando reazioni da parte di una certa autorità che giustamente sapeva che quella chiesa era di proprietà dell'erario e affidata alla Soprintendenza, ma dimenticava che, non essendo nè una scuola nè una piscina, ma una chiesa consacrata, per il Concordato, era in uso alla Chiesa che poteva servirsene per le necessità di culto quando e come riteneva. Sistemai all'interno un bellissimo Crocifisso del ‘500 in deposito al Seminario e la Soprintendenza dispose la costruzione dell'altare e dell'ambone con la possibilità di celebrare la Messa ogni domenica. Fu subito aperto il Museo Diocesano adiacente la Cattedrale con iniziative culturali di notevole interesse. Il mio primo impegno, ovviamente, fu rivolto alle anime cominciando, come da programma pastorale, dai giovani, dalle famiglie e dalle vocazioni.
I GIOVANI
Lavorare per i giovani era particolarmente impegnativo: bisognava partire da lontano. Cominciai con una scuola di preghiera e di vita che vide la partecipazione di diverse centinaia di giovani dislocati in diverse parti del territorio diocesano. Avvertii subito la necessità di qualcosa che nel tempo garantisse una formazione solida e costante. Il grande Seminario Diocesano capace di contenere alcune centinaia di ragazzi ne ospitava soltanto una ventina. Proposi all'allora Presidente della Regione, Italo Masala, di creare nelle strutture del seminario un College per giovani universitari fuori sede che studiavano nell'ateneo della città. Accettò con entusiasmo e destinò a questo, tramite un Programma Integrato d'Area, le risorse finanziarie con cui la Regione avrebbe costruito le strutture e la Diocesi si sarebbe impegnata ad amministrare il College. Tutto fu regolato da una convenzione tra il Comune di Cagliari e la Diocesi. Partirono i lavori, il Presidente Soru integrò con una sua delibera quanto aveva fatto il suo predecessore e il College "S. Efisio" è già una bella realtà che ha cominciato ad esistere: è ancora in attesa di un completamento delle strutture. Avrà la capienza per oltre duecento giovani. Particolare attenzione è stata data all'insegnamento della Religione nelle scuole dove agli ottimi laici si sono aggiunti i sacerdoti giovani che sono anche viceparroci o impegnati nei vari servizi diocesani.
LE FAMIGLIE
Anche le famiglie hanno ricevuto diverse proposte per consolidare una vera spiritualità familiare. Diverse sono state le attività di preghiera mentre il Consultorio diocesano continua la sua opera silenziosa di aiuto alle famiglie in difficoltà.Un fenomeno diffuso in Sardegna è quello delle famiglie sposate soltanto col rito civile che desiderano sposarsi in Chiesa ma che rinviano il matrimonio religioso fino a quando le finanze permettano una festa adeguata. Ovviamente gli anni passano e ogni volta che si presentano a battezzare un figlio devono fare i conti col parroco che cerca con le buone, o con le cattive, di convincerli a fare il matrimonio religioso: nonostante le promesse il matrimonio in chiesa non arriva. Una griglia per far prendere coscienza della cosa si ha quando le persone vengono designate come padrini per il battesimo o la cresima di un amico. In Sardegna essere Padrino o Madrina è davvero una cosa molto importante e allora ecco un momento adatto per mettere a posto le cose. Ho proposto la possibilità della "sanatio in radice" con cui il Vescovo riconosce il matrimonio celebrato con rito civile. Con questo sistema ho regolarizzato diverse centinaia di famiglie e sarebbero molte di più se i preti si convincessero della validità dell'atto. Si tratta di famiglie ben stagionate che hanno accettato di essere sposate soltanto in Comune, ma per la Chiesa il loro matrimonio non è "giuridicamente regolare", come direbbe il Papa nel suo libro intervista "Luce del Mondo".Ho visto famiglie felicissime di aver regolarizzato la loro situazione per cui hanno potuto accostarsi all'Eucarestia e fare da padrino o madrina che, ahimè, non è stata soltanto la causa ultima del matrimonio religioso, ma addirittura più importante del matrimonio stesso.
LE VOCAZIONI
Avendo lavorato sempre in Seminario, prima di essere Vescovo, ho per le vocazioni una particolare sensibilità e sono convinto che quello delle vocazioni sia il problema centrale della Chiesa di oggi. È il problema della nostra sussistenza, disse il Card. Ratzinger.
Per questo, appena giunto a Cagliari, ho cominciato a lavorare in questo campo per avere i preti necessari ai bisogni della diocesi e che fossero santi e ben preparati. Il Signore ci mandò una decina di giovani che volevano iniziare un cammino di discernimento con i quali facemmo una piccola Comunità Vocazionale a cui dedicai tutta la mia attenzione. Il Signore continuò a benedirci, arrivarono altri giovani, la comunità crebbe in numero fino a pensare ad un Seminario Maggiore diocesano. La cosa fu proposta al Sinodo diocesano e ampiamente accettata: lentamente si è formato un nostro Seminario Maggiore. Anche per rispondere alle leggi della Chiesa: "Il Vescovo insista decisamente e con convinzione sulla necessità del Seminario Maggiore e si adoperi affinché la diocesi abbia un seminario maggiore proprio". Mosso dalle circostanze e sempre desideroso di dare il meglio ai nostri seminaristi pensai di mandarli nei seminari di Roma perché frequentassero l'Università Gregoriana e le varie facoltà per le specializzazioni teologiche.
Così il Seminario diocesano di Cagliari vive dislocato a Roma in diverse realtà: dal Seminario Romano Maggiore, al Collegio Capranica, dal Pontificio Seminario Francese, al Pontificio Seminario Lombardo; mentre per le specializzazioni i nostri sono inseriti nei vari presbiteri delle parrocchie romane dove insieme allo studio possono apprendere lo stile di vita comunitaria dei sacerdoti. Se all'inizio l'esperienza ha suscitato stupore e qualche perplessità poi è risultata un vero laboratorio di formazione. Ovviamente i seminaristi sparsi nei vari seminari romani sono seguiti dal rettore di Cagliari e durante le vacanze di Natale, di Pasqua ed estive trascorrono diversi giorni insieme a me nel bellissimo seminario di Cagliari, loro vera casa madre.
(continua nel prossimo numero)
Insieme n° 20/2012
E ' PASQUA

Cristo, gioia piena di ogni esistenza terrena porta sul volto dell'umanità sofferente la serenità e la pace di cui ha urgente bisogno.
“Sì, ne siamo certi:
Cristo è davvero risorto”!
(Sequenza pasquale)
La Pasqua di Cristo
è la nostra Pasqua:
per Lui noi abbiamo la vita
che non ha fine.
Abiti da questo giorno per sempre
nel nostro cuore la certezza
che la morte non ha
l’ultima parola,
perché è stata vinta per sempre
dalla Risurrezione
di Cristo.
Portiamo a tutti questo annuncio di gioia!
Il Golgota

Prepariamoci all'Anno della Fede
Scrivevo nel precedente numero di INSIEME che siamo creati per vivere non in solitudine ma in società. Diceva il grande filosofo greco Aristotele che l'uomo è un "animale socievole", fatto cioè per vivere accanto agli altri, insieme agli altri. La solitudine ci atterrisce; abbiamo bisogno degli altri non soltanto per necessità di ordine materiale, ma per il bisogno e la gioia di comunicare la propria vita spirituale con la conoscenza, il linguaggio, l'amore. E' nella vita di relazione che noi esprimiamo quanto abbiamo di più nobile e nello stesso tempo ci arricchiamo in un reciproco dare e ricevere.
Ricordo la famosa espressione: "nessuno è così povero da non poter dare qualcosa agli altri, e nessuno è così ricco da non avere bisogno di ricevere qualcosa dagli altri ". Albert Einstein scrive in Come io vedo il mondo: "Se consideriamo la nostra esistenza e i nostri sforzi, rileviamo subito che tutte le nostre azioni ed i nostri desideri sono legati all'esistenza degli altri uomini e che, per la nostra stessa natura, siamo simili agli animali che vivono in comunità. Ci nutriamo di alimenti prodotti da altri uomini, portiamo abiti fatti da altri, abitiamo case costruite dal lavoro altrui. La maggior parte di quanto sappiamo e crediamo ci è stata insegnata per mezzo di una lingua che altri hanno creata. Senza la lingua la nostra facoltà di pensare sarebbe assai meschina e paragonabile a quella degli animali superiori; perciò la nostra superiorità sugli animali consiste prima di tutto - bisogna confessarlo - nel nostro modo di vivere in società. L'individuo lasciato solo fin dalla nascita resterebbe, nei suoi pensieri e sentimenti, simile agli animali in misura assai difficile da immaginare. Ciò che è e ciò che rappresenta l'individuo non lo è in quanto individuo, ma in quanto membro di una grande società umana che guida il suo essere materiale e morale dalla nascita fino alla morte.
Nessuno è totalmente sufficiente a se stesso. E' vero che oggi l'uomo ha fatto passi da gigante in innumerevoli settori del progresso: scienza, tecnica, medicina, comunicazioni ... che solo cinquant'anni fa sarebbe stato impossibile immaginare. Ormai sono una bellissima realtà alla portata di tutti; occorre solo non insuperbirsi e riconoscere che tutto è opera di Colui che all'uomo ha dato intelligenza e capacità ed è altresì necessario che tutto sia messo al servizio per l'utilità e il bene di tutti.
Attenzione però che le scoperte della natura, le conquiste della tecnica, i tanti successi conseguiti in diversi campi, non si identificano né con la saggezza né con la felicità.
Attenzione ancora a non fare di queste bellissime realtà degli idoli davanti ai quali inginocchiarsi. Dice il salmista: "hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono ... su di essi non si può fare alcun affidamento.
Insieme n°13/2012
Il nostro rapporto con Dio è tutto un problema di fiducia: gli credo o non gli credo, mi fido o non mi fido.Scrive Mons. Mani: "Quando ero vescovo ausiliare di Roma, dopo aver amministrato la Cresima in una parrocchia della periferia, per l'esattezza a Torre Maura, venne un anziano signore a congratularsi con me perché avevo parlato della fiducia in Dio. Io andavo di fretta, ma volle raccontarmi quanto gli era capitato. «Da giovane - mi disse - abitavo a S. Giovanni Rotondo e tanta gente da tutte le parti del mondo veniva a confessarsi da Padre Pio. Un giorno volli andarci anch'io. Mi misi in ginocchio e subito gli dissi: "Padre, io non credo in Dio". Padre Pio, alzando la voce, mi disse: "Come è possibile che tu non creda in Dio: scommetto che sei sposato?". "Sì", risposi. "E chi ti ha messo a capo di una famiglia, chi ti ha affidato una sposa? Dio crede in te e tu non credi in Lui? Scommetto che hai anche dei figli...". "Sì, tre", risposi. Allora Padre Pio si arrabbiò davvero sul serio e cominciò a gridare: "Come, Dio ha fiducia in te, ti ha affidato una famiglia con tre figli, e tu non credi in Lui, non gli dai fiducia! Vergognati! Fuori!".
E mi cacciò così dal confessionale da cui uscii tutto rosso, pieno di vergogna e giurando che non ci sarei tornato più. Padre Pio però mi aveva messo un chiodo in testa: Dio ha fiducia in me. Dio si fida di me. Dopo qualche anno sono tornato e mi sono davvero convertito». Continua Mons. Mani: "Dio ha davvero fiducia in te. Il peccato è tradire questa fiducia di Dio. Te la immagini la faccia di Dio quando, dopo averti ricolmato di doni, lo bestemmi? Te la immagini quella faccia dinanzi ad una donna che sta per diventare mamma e uccide il suo bambino prima ancora che nasca, oppure quella faccia dinanzi ad una donna o un uomo che, dopo essersi giurati fedeltà dinanzi a Dio, si innamorano di un'altra persona, abbandonano la loro famiglia per andarsene per i fatti propri?
Questo è il peccato, mancare di fiducia in Dio, tradire la fiducia di Dio. Qual è il modo migliore per esprimere la propria fiducia a Dio, per dirgli che contiamo su di Lui, che ci fidiamo di Lui? Chiamarlo Papà.Del papà ci si fida sempre, perché sai che egli non ti abbandona.
Fede non è tanto credere astrattamente che Dio esiste, sapere tutto di Lui, quanto soprattutto porre la propria fiducia in Lui. Sentirlo presente nella vita, sapere che non sei solo e in qualunque momento tu lo chiami, Egli ti ascolta e, a momento opportuno ti viene incontro.
Nell'arco della giornata facciamo innumerevoli atti di fede naturale per es. ci fidiamo del panettiere che fa il pane, del lattaio che ci fornisce il latte, del medico che ci cura, dell'autista del pulmann, del pilota dell'aereo, .... potremmo fare chissà quanti esempi al riguardo ...Non ci dobbiamo fidare di Dio che ci chiama alla vita e ci ama infinitamente?
Saluto di Arrigo Miglio, Arcivescovo di Cagliari
Carissimi fratelli e sorelle dell'Arcidiocesi di Cagliari,
Nel momento in cui viene pubblicata ufficialmente la notizia che il Santo Padre Benedetto XVI mi ha nominato vostro arcivescovo desidero farvi giungere un primo saluto affettuoso, con l'assicurazione della mia vicinanza nella preghiera per tutti voi, che da qualche giorno siete entrati con particolare intensità nel mio cuore e nei miei pensieri.Ho accolto la chiamata del Santo Padre con grande emozione. I primi anni del mio servizio episcopale si sono svolti nella vostra terra, nella carissima Diocesi di Iglesias, e mi sento debitore per i tanti doni ricevuti dalla Chiesa sulcitana e da tutta la Chiesa che è in Sardegna: doni di fede, di fraternità e di amicizia, di sensibilità umana e di raffinata cultura.
Non posso tuttavia nascondere la trepidazione che mi accompagna in questo momento, per la missione impegnativa e vasta che il Santo Padre mi affida, missione di fronte alla quale sento tutto il peso dei miei limiti e delle mie povertà: le depongo con fiducia nelle mani del Signore, invocando la materna intercessione di Maria, Nostra Signora di Bonaria, Patrona massima della Sardegna e specialmente dell'Arcidiocesi cagliaritana.In questi giorni ho sentito molto vicina la presenza di Maria, che ripete anche a me le parole dette ai servi della festa di nozze a Cana di Galilea: "fate tutto quello che Lui vi dirà". Ho ricordato così le parole che Gesù rivolse una notte a Paolo: "non temere, perché io sono con te ed ho un popolo numeroso in questa città" (At 18,10). Negli anni del mio ministero sacerdotale ed episcopale ho toccato con mano tante volte, proprio come avvenne per l'Apostolo Tommaso, la presenza viva e forte del Signore Risorto, l'azione del suo Santo Spirito, la forza penetrante ed inarrestabile della sua Parola, la ricchezza dei doni che lo Spirito continua ad effondere sulla Chiesa. L'esperienza del ministero episcopale mi ha offerto molte occasioni in cui ho potuto contemplare con gioia una Chiesa bella, unita a Cristo nella Passione, certo, ma partecipe al tempo stesso della vita nuova del Risorto, una Chiesa che vive un tempo di trasformazione e di profondo rinnovamento. Siamo appena entrati nel cammino quaresimale, che ci condurrà a vivere con maggiore intensità la nostra unione con Gesù Crocifisso e Risorto; con la liturgia della prima domenica di Quaresima lo Spirito conduce anche noi nel deserto, dove Gesù condivide con noi ogni genere di tentazione, sconfigge per noi il potere del Maligno e annuncia che è giunto il tempo della nuova e definitiva alleanza che Dio stabilisce con noi, come era stato annunciato fin dai tempi di Noè. Dio è nostro alleato: "se Dio è per noi chi sarà contro di noi?" (Rm. 8, 31). In questo particolare momento diventa fonte di speranza vera e affidabile sapere che il Signore è alleato e solidale con noi, in primo luogo con tutti coloro che soffrono a motivo della crisi che stiamo vivendo e che la Sardegna vive in modo speciale, crisi di posti di lavoro, crisi di speranza e di fiducia, crisi di amore vero, mentre la povertà pesa su tante, troppe famiglie. Tutte queste sofferenze il Signore non solo vede e conosce ma le prende su di sé, le fa sue e chiede a noi sua Chiesa di essere solidali con Lui e con tutti coloro che soffrono.
Fin da ora voglio dire tutto il mio impegno a camminare con il Signore sulla strada della vera solidarietà. Proprio nel deserto Gesù ci ha ricordato che "non di solo pane vive l'uomo". La crisi di questi anni, ci ripete spesso Benedetto XVI, non è solo economica ma, prima ancora, culturale e spirituale, perché nasce e si alimenta da una mentalità che non accoglie il progetto di Dio, dove la persona umana è sempre al primo posto e deve essere la prima risorsa di cui tenere conto. Questa è anche la prima condizione fondamentale per una economia che voglia guardare lontano e lavorare per uno sviluppo autentico e duraturo. (continua in terza pagina)
Se ci lasciamo illuminare dal Vangelo e dall'insegnamento che ci viene dalla dottrina sociale della Chiesa potremo fare di questa crisi il punto di partenza per un rinnovamento profondo, per un nuovopensiero e per nuovi progetti, così come dice al n.21 l'enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI.
Carissimi fratelli e figli, ho vivo desiderio di venire da voi, di incontrarvi uno per uno, di camminare con voi sulla strada entusiasmante della nuova evangelizzazione.
Una Chiesa viva
La parrocchia B.V.Immacolata di Serrenti è stata certamente una delle ultime in cui Mons. Giuseppe Mani ha amministrato le sante Cresime come Arcivescovo di Cagliari. Ora, fino alla presa di possesso del nuovo Arcivescovo, è Amministratore apostolico dell'Arcidiocesi.
25 febbraio 2012 Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell'arcidiocesi di Cagliari, presentata da S.E. Mons. Giuseppe Mani, di cui è diventato Amministratore Apostolico.
Questa notizia riportava l'Osservatore Romano del martedì 28 febbraio.Nell'annunciare la nomina di Mons. Arrigo Miglio ad Arcivescovo di Cagliari ha detto:"Consegno al nuovo vescovo una Chiesa viva e vitale, una Chiesa piena di fede e di opere con poche chiacchiere e molti fatti. Cagliari e la Sardegna sono cristiane: devono continuare così, perché qui la fede è diventata cultura". "Sono passati otto anni bellissimi: mi pare ieri quando il beato Giovanni Paolo II mi chiamò per dirmi "Ti mando in Sardegna, un'isola bellissima. Cagliari è la capitale".
Il bilancio di questi otto anni è fortemente positivo: quaranta ordinazioni sacerdotali, la visita pastorale, la missione cittadina, il sinodo diocesano, la visita del Papa .... Queste sono le cose più appariscenti, alcune veramente straordinarie, c'è poi tutta l'attività ordinaria svolta con grande passione e con grande tenacia e amore.
Chi abitualmente legge "il Portico" sa quanto sia lunga la lista delle attività, delle celebrazioni liturgiche, degli incontri con i sacerdoti e i laici, nelle parrocchie e in vescovado, dove quasi tutti i giorni è disponibile ad accogliere le persone di qualsiasi ceto sociale, che Mons. Mani svolge.
E' stato da subito un vulcano di attività operosa sempre a servizio della Comunità-Chiesa-Sposa di cui era e rimane grandemente innamorato. "Stare a Cagliari è stato bellissimo: la mia Sposa mi ha profondamente sedotto, per la fede e l'amore che ho trovato. Ringrazio tutti, soprattutto i laici: senza di loro non avrei potuto far nulla".
Ci prepariamo all'Anno della Fede
E' arduo credere
La stragrande maggioranza degli italiani, possiamo aggiungere anche: la totalità dei serrentesi hanno ricevuto il Sacramento del Battesimo. Questo non basta però per dirsi ed essere credenti. L'incredulità ha ancora oggi proporzioni vaste e costituisce per la fede una sfida radicale non riscontrata nella storia delle religioni. Atei ce ne furono sempre; ci furono sempre uomini insofferenti di Dio. Erano più che altro individui isolati. "I princìpi e le strutture sociali, le abitudini di vita, le categorie mentali rimanevano impregnate di fede. La negazione ed il rifiuto avvenivano unicamente nel singolo, il quale doveva inventarsi un proprio ateismo per essere ateo. Staccarsi dal mondo della fede significava andare contro corrente" (Colombero).
Si nasceva in una "famiglia cristiana", la fede si succhiava insieme al latte materno, si ereditava fin dalla nascita, la si doveva soltanto conservare e far fruttificare. In una parola, si nasceva cristiani. Era una cosa normale.Nel Medioevo l'esistenza di Dio non costituiva problema; il teologo la presupponeva. Si racconta che quando S. Tommaso all'Università di Parigi pose con rigore il problema "Se Dio esista" ed avanzò, sia pure soltanto in forma accademica, alcune obiezioni a cui lui stesso dava poi le risposte, il suo ardimento sorprese e scandalizzò.
Ancora un secolo fa, al Concilio Vaticano I, Mons. V. Spaccapietra, Vescovo di Smirne, al quale pur si deve il giudizio più esplicito dato dal Concilio sulla filosofia moderna, poteva dire: «Non parlo dell'ateismo: l'ateismo non è un sistema, ma la distruzione di ogni sistema...," « Non parlo dell'ateismo! » Fino ad un secolo fa questo era ancora considerato un trascurabile fenomeno strettamente individuale, una deviazione di pensiero ristretta ad associazioni o scuole filosofiche.
Oggi la situazione è capovolta; l'ateismo, e non più la fede, è fenomeno di massa. Oggi si nasce atei o per lo meno indifferenti. Spessissimo si sente l'espressione: "Sono credente ma non praticante" che altro non significa: "sono un ateo pratico", cioè intellettualmente si crede, ma nei fatti no. E' vivere come se Dio non esistesse. Questa è la vita di tanti che amano dirsi ancora cristiani.
Non è più il principe a credere per il popolo; non è più il regime o la nazione o la scuola a scegliere per l'individuo. La fede è ritornata ad essere, come ai primi tempi, una scelta personale.
Oggi chi vuole conservare la fede deve ritrovarla ogni giorno, ricrearsela con deliberazione personale, strappandosi da tutto un mondo d'indifferenza religiosa. Questa, e non più la religione, costituisce il contesto sociale in cui l'uomo si trova a nascere ed a vivere.
Di nuovo « credere » è arduo.
Credere in Cristo
Domenica scorsa abbiamo visto le motivazioni che hanno indotto i S.Padre Benedetto XVI a istituire l'Anno della Fede. Abbiamo fatto cenno in modo particolare alla miniera di documenti che il Concilio Ecumenico Vaticano 2° ha prodotto. Ora cerchiamo di entrare nell'argomento che ci siamo prefissato per questo anno: il Credo - perché credo - che cosa credo...
Si presenta una signora: "Vorrei far battezzare il mio bambino". "Bene signora; dove abitate?". Questo è l'inizio di un colloquio che un sacerdote fa frequentemente. Ma poi cambia il seguito: la signora dice che non è sposata in Chiesa, né in Comune: "Tanto, noi non crediamo a queste formalità; l'importante è volerci bene". "Ma, mi scusi, se lei non crede che sia importante il matrimonio religioso, perché vuol battezzare suo figlio?". "Perché sono cristiana, ci credo, io".
Il sacerdote cerca pazientemente di far capire che, per essere cristiani, non basta dirlo, ma bisogna cercare di vivere i dieci comandamenti. "Ma io a quelle cose lì non mi interesso troppo: io credo che esista Qualcuno superiore a noi: per uno si chiama Budda, per un altro si chiamerà Allah, per un altro si chiamerà Gesù Cristo... Ma io credo che qualcuno dovrà ben esistere". La signora pensava, a questo punto, di aver fatto la sua bella professione di fede; ed è con stupore che si sente dire: "D'accordo, signora: lei sarà una credente, ma non una cristiana". "Perché? - dice lei - non è la stessa cosa?". Ho scelto questo dialogo realmente avvenuto come punto di partenza dei nostri incontri alla scoperta del "Credo". Anche noi corriamo il rischio di essere dei credenti, ma non dei cristiani; di professare la fede recitando il Credo nella Santa Messa e poi... non siamo cristiani nei fatti di ogni giorno, non crediamo in quello che abbiamo detto e non ci comportiamo di conseguenza.
Cristiano, infatti, è una persona che crede in Gesù Cristo, nato da Maria, nato a Betlemme, quel Gesù vissuto a Nazareth, quel Gesù di cui parlano i vangeli di Matteo, Marco, Luca, Giovanni, quel Gesù che adesso vive alla destra del Padre, dopo essere risorto da morte di croce...
Da Gesù Cristo infatti ci chiamiamo "cristiani". Chi non crede tutto ciò, chi non prega Lui, non è cristiano...
IL CONCILIO VATICANO II
Il Concilio Ecumenico Vaticano II si deve all'iniziativa ispirata del papa Giovanni XXIII che avvertiva il bisogno di un "aggiornamento" della Chiesa.Il Concilio consentì di mettere a fuoco i frutti migliori dei movimenti di rinnovamento spirituale, che erano stati espressi dagli spiriti più sensibili, in particolare i movimenti liturgico, biblico, laicale, ecumenico. Il Concilio si protrasse per 4 sessioni e fu chiuso l'8 dicembre 1965 dal papa Paolo VI che firmò tutti i 16 documenti approvati in assemblea dai padri.Non tutti i documenti hanno il medesimo valore.Soprattutto nello stile il Vaticano II fu assolutamente originale rispetto alla ventina di Concili della storia: non si preoccupò di definire nuove verità, nè volle condannare errori o persone. Preferì l'atteggiamento ottimista, propositivo, dialogico, convocando molti soggetti anche fuori della Chiesa.Proprio perchè non si trattava di definire nuove verità di fede il Concilio non sentì il bisogno di dedicare all'identità di Gesù un documento particolare, ma fece del "mistero di Cristo" la base di ogni riflessione sia quando si propose di chiarire il valore dei sacramenti o della Parola di Dio sia quando volle mettere a fuoco la natura della Chiesa, la sua vocazione missionaria e il suo rapporto col mondo contemporaneo
Il ConcilioVaticano II è stato senza dubbio l'avvenimento ecclesiale più importante del secolo. Pur essendo un concilio di vescovi ed esperti cattolici, esso interessò tutte le altre Chiese cristiane e continua ad essere per tutti un fondamentale punto di riferimento.E' il ventesimo dei Concili della Chiesa universale. Il Concilio Vaticano I si era svolto nel 1870 ed era stato sospeso dopo la presa di Roma da parte dell'esercito italiano.
Papa Giovanni XXIII
Angelo Giuseppe Roncalli, nato a Sotto il Monte (Bergamo), era patriarca di Venezia e aveva 78 anni quando venne eletto papa nel 1958. Portò uno stile originale nel pontificato e guidò il passaggio della Chiesa cattolica ad un nuovo rapporto con il mondo. Annunciò il Concilio il 25 gennaio 1959, ma potè presiederne solo la prima sessione, nell'ottobre 1962. Morì, infatti, il 3 giugno 1963.[Il Concilio più numeroso della storia fu inaugurato con un memorabile discorso in cui Giovanni XXIII distingueva "il deposito stesso della fede, vale a dire le verità contenute nella nostra dottrina" dalla "forma con cui quelle vengono annunciate". Preparato a lungo dalle commissioni della curia romana, il Concilio si rivelò luogo di vivace dibattito.]Papa Paolo VI[Giovanni Battista Montini, nato a Concesio (Brescia) nel 1898, era arcivescovo di Milano, quando, nell'estate del 1963, venne eletto papa. Guidò le ultime tre sessioni del Concilio Vaticano II e tutta la fase post-conciliare fino alla sua morte, il 6 agosto 1978.]
Anno della Fede
Il Concilio Ecumenico Vaticano 2° è stato certamente il più grande e importante evento storico-ecclesiale del ventesimo secolo. Sono, ormai, passati quasi cinquant'anni dal suo inizio celebrato solennemente la sera famosa dell'undici di ottobre del 1962. I più anziani ricordano la partecipazione alla processione che si snodava in Piazza San Pietro di quasi tremila Vescovi di tutto il mondo in una cornice di festa e di spettacolo emozionante per ciò che la Chiesa offriva alla Storia del mondo intero.
Papa Giovanni XXIII aveva voluto che i Vescovi successori degli Apostoli venuti a Roma da ogni parte della terra fossero testimoni della cattolicità cioè della universalità della Chiesa.
Papa Benedetto ha pensato di celebrare i cinquant'anni di questo straordinario avvenimento con un "Anno della Fede" a partire dall'11 ottobre 2012 per concludersi il 24 novembre 2013 con la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo.
Il santo Padre, nella Lettera Apostolica "Porta fidei" scrive che non è la prima volta che si celebra nella Chiesa un Anno della Fede. Già il Servo di Dio Paolo VI ne indisse uno simile nel 1967 per far memoria del martirio degli Apostoli Pietro e Paolo nel 19° centenario del loro martirio. Papa Benedetto intende risvegliare una fede alquanto stanca in tanti cristiani soprattutto dell'Europa. "Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti, questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato. Mentre nel passato era possibile riconoscere un tessuto culturale unitario, largamente accolto nel suo richiamo ai contenuti della fede e ai valori da essa ispirati, oggi non sembra più essere così in grandi settori della società, a motivo di una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone.
INSIEME nella comunità parrocchiale intende partecipare a questa proposta del Santo Padre riflettendo, brevemente, settimana per settimana sul "Credo" per aiutarci a professarlo con più coscienza sia individualmente che comunitariamente (recitandolo anche a memoria) per "non dimenticare l'impegno assunto con il Battesimo".
dap
Insieme n° 2/2012
Giornata mondiale della Pace
Educare alla pace.... « La pace non è la semplice assenza di guerra e non può ridursi ad assicurare l'equilibrio delle forze contrastanti. La pace non si può ottenere sulla terra senza la tutela dei beni delle persone, la libera comunicazione tra gli esseri umani, il rispetto della dignità delle persone e dei popoli, l'assidua pratica della fratellanza ».
La pace è frutto della giustizia ed effetto della carità. La pace è anzitutto dono di Dio. Noi cristiani crediamo che Cristo è la nostra vera pace: in Lui, nella sua Croce, Dio ha riconciliato a Sé il mondo e ha distrutto le barriere che ci separavano gli uni dagli altri (cfr Ef 2,14-18); in Lui c'è un'unica famiglia riconciliata nell'amore.
Ma la pace non è soltanto dono da ricevere, bensì anche opera da costruire. Per essere veramente operatori di pace, dobbiamo educarci alla compassione, alla solidarietà, alla collaborazione, alla fraternità, essere attivi all'interno della comunità e vigili nel destare le coscienze sulle questioni nazionali ed internazionali e sull'importanza di ricercare adeguate modalità di ridistribuzione della ricchezza, di promozione della crescita, di cooperazione allo sviluppo e di risoluzione dei conflitti. « Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio », dice Gesù nel discorso della montagna (Mt 5,9).
La pace per tutti nasce dalla giustizia di ciascuno e nessuno può eludere questo impegno essenziale di promuovere la giustizia, secondo le proprie competenze e responsabilità. Invito in particolare i giovani, che hanno sempre viva la tensione verso gli ideali, ad avere la pazienza e la tenacia di ricercare la giustizia e la pace, di coltivare il gusto per ciò che è giusto e vero, anche quando ciò può comportare sacrificio e andare controcorrente.
Benedetto XVI - Messaggio per Giornata della Pace 2012